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Tendinite: sintomi, sedi più colpite e tempi di recupero

La tendinite è la sofferenza di un tendine sottoposto a sovraccarico ripetuto. Il termine più corretto è spesso tendinopatia, perché nelle forme che durano da tempo non c’è una vera infiammazione ma una degenerazione del tessuto. Il dolore compare con l’uso e si localizza sul tendine o sulla sua inserzione; il recupero richiede settimane o mesi e passa dal carico graduale, non dal riposo.

Tendinite o tendinopatia? Perché il nome conta

Nel linguaggio comune si dice sempre “tendinite”, ma i quadri che si osservano sono diversi tra loro:

  • tendinite: la fase acuta, con una componente infiammatoria reale, che dura giorni o poche settimane
  • tendinosi: la degenerazione cronica del collagene, con fibre disorganizzate e senza infiammazione significativa
  • tendinopatia: il termine ombrello che oggi si preferisce, proprio perché copre entrambe le situazioni senza dare per scontata l’infiammazione
  • entesopatia: quando a soffrire è l’entesi, cioè il punto di inserzione del tendine sull’osso
  • tenosinovite: quando è coinvolta la guaina che avvolge il tendine, come nella sindrome di de Quervain al polso

La distinzione non è un dettaglio da manuale, e spiega un’esperienza molto comune: quando non c’è infiammazione, puntare tutto sugli antinfiammatori non risolve. È la ragione per cui tante tendiniti “non passano” nonostante cicli ripetuti di farmaci e riposo.

Se il tessuto è degenerato, quello che serve non è spegnere un’infiammazione che non c’è: serve uno stimolo meccanico graduale che guidi il tendine a rimodellarsi. Questo concetto riorganizza tutto il resto: la scelta della terapia, i tempi da mettere in conto e perfino la risposta alla domanda su ghiaccio o calore.

Le tendiniti più comuni, sede per sede

Il primo problema di chi ha un tendine dolente è che non sa come si chiama il suo problema. Questa tabella parte da dove fa male.

Dove fa maleNome clinicoChi ne soffre più spesso
Faccia esterna del gomitoepicondilite (gomito del tennista)lavori manuali ripetitivi, padel, tennis
Faccia interna del gomitoepitrocleite (gomito del golfista)gesti in flessione del polso e presa
Spallatendinopatia della cuffia dei rotatoriover 40, lavori con le braccia sopra la testa
Polso, lato del pollicetendinopatia di de Quervainneomamme, uso intensivo dello smartphone
Sotto la rotulatendinopatia rotulea (ginocchio del saltatore)sport con salti
Interno del ginocchiosindrome della zampa d’ocacorsa, sovrappeso
Dietro la cavigliatendinopatia achilleacorsa, ripresa dopo una pausa
Davanti alla caviglia e lungo la tibiatendinopatia del tibiale anteriorecorsa in discesa, calzature inadeguate
Lato esterno della cavigliatendinopatia dei peroneiinstabilità di caviglia, distorsioni ripetute
Anca, lato esternotendinopatia gluteadonne over 50
Sotto il tallonefascite plantare: non è una tendinite ma una fasciopatiacorsa, stazione eretta prolungata

Due righe della tabella meritano una precisazione.

L’epicondilite è la tendinopatia inserzionale più frequente dell’arto superiore: interessa i tendini estensori del polso nel punto in cui si attaccano alla sporgenza ossea esterna del gomito, e si riconosce perché il dolore compare stringendo la mano o sollevando con il palmo verso il basso. È anche la sede in cui il concetto di carico progressivo si applica in modo più chiaro. Trattamento, differenza con l’epitrocleite e uso corretto della fascia sono approfonditi nella pagina dedicata.

La fascite plantare, invece, tecnicamente non appartiene a questa famiglia: la fascia plantare non è un tendine ma una lamina di tessuto connettivo che sostiene l’arco del piede. Viene accostata alle tendinopatie perché il meccanismo di sovraccarico e l’impostazione del trattamento sono gli stessi. Se il dolore è sotto il tallone puoi partire dall’inquadramento del dolore al tallone.

Come si riconosce

Il dolore di una tendinopatia è localizzato: si indica con un dito, non con la mano. Compare con il movimento che chiama in causa quel tendine e si riproduce premendo sul punto.

Il pattern tipico è riconoscibile e vale in quasi tutte le sedi: fa male all’inizio dell’attività, si attenua mentre la si esegue e ripeggiora dopo, a freddo, spesso la sera o il giorno seguente. A questo si aggiunge una rigidità localizzata al risveglio, che si scioglie in pochi minuti.

Il gonfiore è presente soprattutto quando è coinvolta la guaina, come nelle tenosinoviti del polso, mentre nelle tendinopatie inserzionali può mancare del tutto. Con il passare delle settimane si può notare una riduzione di forza nel gesto interessato, che spesso è il motivo per cui si decide di farsi vedere.

Quando serve una conferma o una valutazione dello stato del tessuto, l’esame di riferimento è l’ecografia muscolo-scheletrica, che studia il tendine in tempo reale e anche durante il movimento. Se il dolore riguarda l’arto superiore e non è così localizzato, può essere utile partire dall’inquadramento del dolore al braccio.

Perché viene

Il meccanismo centrale è il sovraccarico, ma con una precisazione che cambia tutto: il tendine non soffre per il carico in sé, soffre per un aumento troppo rapido del carico rispetto a quello a cui era abituato.

È per questo che settembre è un mese ad alta incidenza: si riprende a correre dopo settimane di pausa ripartendo dai chilometri di giugno, si torna in palestra o sui campi da padel con la frequenza di prima, e il tendine si trova davanti a sollecitazioni che nel frattempo aveva perso l’abitudine a sopportare.

Gli altri fattori che pesano sono:

  • i gesti ripetuti al lavoro, soprattutto con presa attiva o braccia sopra la testa
  • l’età: con gli anni il tendine ripara più lentamente e tollera meno le variazioni brusche
  • condizioni metaboliche come diabete, alterazioni del colesterolo e sovrappeso, che riducono la qualità del tessuto tendineo
  • alcune terapie farmacologiche, che sono associate a un aumento del rischio di tendinopatia e di lesione tendinea: se stai assumendo farmaci e compare un dolore tendineo, vale la pena parlarne con il medico che li ha prescritti
  • l’errore tecnico o l’attrezzatura inadeguata nello sport: una calzatura consumata, un’impugnatura sbagliata, un gesto eseguito male ripetuto migliaia di volte

Ghiaccio o calore?

FaseCosa applicarePerché
Dolore acuto, subito dopo l’attivitàghiaccioattenua il dolore e il disagio nelle ore successive
Rigidità prima dell’attività o del lavoro di caricocaloremigliora l’elasticità dei tessuti e la tollerabilità del movimento
Tendinopatia cronica senza segni acutinessuno dei due è il trattamentoil ghiaccio non risolve una tendinosi: serve il carico progressivo

La terza riga è la più importante, e vale la pena esplicitarla: nelle forme croniche la domanda “ghiaccio o caldo” è mal posta. Entrambi gestiscono un sintomo per qualche ora, nessuno dei due modifica un tendine degenerato. Continuare ad alternarli per settimane è un modo per avere l’impressione di curarsi senza fare la cosa che serve.

Sull’applicazione: il ghiaccio si tiene per 10-15 minuti, avvolto in un panno e mai a contatto diretto con la pelle; il calore per 15-20 minuti, anch’esso protetto e mai addormentandosi sopra una fonte di calore.

Come si cura e quanto dura

Il carico progressivo

Il trattamento di riferimento delle tendinopatie è caricare il tendine in modo graduato. Nelle fasi più dolorose si parte spesso da un lavoro isometrico, in cui il muscolo si contrae senza che l’articolazione si muova: è ben tollerato e ha un effetto sul dolore. Da lì si progredisce verso carichi crescenti e movimenti completi, seguendo la risposta dei sintomi.

Il punto giusto è stretto: un carico eccessivo irrita, uno insufficiente non stimola, e il livello corretto cambia di settimana in settimana. Per questo il programma va impostato e aggiornato da un professionista dopo la valutazione, e in questa pagina non trovi una scheda da eseguire per conto tuo. È il fisiatra a inquadrare il caso, la fisioterapia a condurre il percorso.

Modificare il carico, non azzerarlo

Fermarsi del tutto è raramente la scelta giusta: un tendine inattivo si indebolisce e al ritorno tollera ancora meno. Quello che si fa è ridurre temporaneamente il volume, cambiare la superficie o il gesto, sostituire in parte l’attività con una a minore impatto.

Il criterio pratico è il dolore accettabile: un fastidio modesto durante l’attività, che non aumenta progressivamente e che il giorno dopo non è peggiorato, indica un carico sostenibile. Un dolore che cresce durante l’esercizio o che il mattino seguente è nettamente più intenso indica che si è andati oltre.

Terapie fisiche, onde d’urto e infiltrazioni

Le onde d’urto sono la terapia fisica con il supporto migliore nelle tendinopatie croniche, in particolare in quelle inserzionali: si eseguono in più sedute e stimolano i processi di riparazione. Restano un complemento del lavoro di carico, non un suo sostituto.

Sulle infiltrazioni di cortisone in sede tendinea serve una nota di cautela che spesso manca: danno sollievo, a volte rapido e marcato, ma ripetute possono indebolire il tessuto del tendine e aumentare il rischio di lesione. Vanno quindi considerate in situazioni selezionate e con parsimonia, e la decisione spetta allo specialista, che può essere il fisiatra, l’ortopedico o il reumatologo. Anche l’osteopatia può avere un ruolo di supporto sul compenso funzionale, all’interno di un percorso definito.

Quanto dura

Dipende dalla fase. Una forma acuta gestita bene si risolve in genere in poche settimane. Una tendinopatia cronica, cioè una condizione che dura da mesi, richiede in genere da tre a sei mesi di lavoro costante, e in alcune sedi anche di più.

Va detto chiaramente che “guarire in fretta” non è un obiettivo realistico per una tendinopatia cronica, e che inseguirlo è la causa più comune di recidiva: il dolore cala prima che il tessuto sia rimodellato, si riprende a pieno carico e si torna al punto di partenza. Sono indicazioni orientative, riferite al decorso abituale: il tuo caso lo valuta lo specialista.

Cosa non fare

  • Continuare l’attività che provoca dolore allo stesso carico. Il tendine non si abitua: accumula danno e la condizione si struttura.
  • Fermarsi del tutto per settimane. È l’errore opposto e altrettanto dannoso: il tendine si indebolisce e la tolleranza al carico scende.
  • Fare stretching aggressivo su un tendine dolente, soprattutto nelle forme inserzionali, dove l’allungamento estremo comprime il tendine contro l’osso e peggiora il quadro.
  • Massaggiare energicamente il punto di inserzione per “sbloccarlo”: non c’è nulla da sbloccare, e la pressione intensa irrita.
  • Riprendere a pieno carico appena il dolore cala. È il momento di maggior rischio dell’intero percorso.
  • Affidarsi solo agli antinfiammatori nelle forme croniche. Se non c’è infiammazione non c’è nulla da spegnere: si controlla il sintomo e si rimanda il problema.

Pomate, tutori e integratori: cosa dice l’evidenza

I prodotti da applicare sulla pelle possono dare un sollievo sintomatico temporaneo, legato soprattutto all’effetto locale e al massaggio con cui si applicano. Non modificano la struttura del tendine e il loro effetto si esaurisce con l’applicazione.

I tutori e le fasce hanno senso in fasi e sedi specifiche, dove servono a scaricare il tendine durante le attività che provocano dolore: usati così aiutano a continuare a lavorare o a muoversi. Usati tutto il giorno e a lungo termine, però, contribuiscono al decondizionamento e non curano nulla.

Per gli integratori le prove di efficacia sulle tendinopatie sono limitate e i risultati degli studi non sono conclusivi. Non c’è motivo di considerarli il centro del trattamento.

Il punto comune a tutti e tre: nessuno di questi presidi sostituisce il lavoro di carico progressivo, che resta l’unico intervento che agisce sul tessuto.

Quando rivolgersi allo specialista

  • dolore improvviso con uno schiocco durante uno sforzo, seguito dall’impossibilità di usare l’arto: può indicare una rottura tendinea e richiede una valutazione urgente
  • gonfiore importante, arrossamento, calore locale o febbre
  • dolore che non migliora dopo alcune settimane di gestione corretta
  • tendiniti multiple o ricorrenti in sedi diverse, soprattutto in una persona giovane, o associate a dolore lombare notturno e rigidità mattutina prolungata: può trattarsi dell’esordio di una spondiloartrite, e in quel caso il percorso è reumatologico
  • perdita di forza evidente nel gesto interessato

Le figure di riferimento sono il fisiatra per l’inquadramento e l’impostazione del percorso, il fisioterapista per il trattamento, l’ortopedico quando serve una valutazione chirurgica e il reumatologo nei casi con sospetto di malattia infiammatoria: la reumatologia della sede segue esplicitamente il reumatismo dei tessuti molli, cioè tendiniti, borsiti ed entesiti croniche. Quando il sospetto è di un’artrite reumatoide, con dolore articolare simmetrico e rigidità mattutina lunga, il percorso cambia del tutto.

La sede di Cernusco sul Naviglio è in via Roma 17, aperta dal lunedì al venerdì dalle 07:30 alle 20:30 e il sabato dalle 07:30 alle 13:00, telefono 02 89701701. Per i tempi di prenotazione aggiornati consulta il sito principale Santagostino o contatta direttamente la sede: la disponibilità varia in funzione del calendario degli specialisti.

Domande frequenti sulla tendinite

Come si capisce se si ha una tendinite?

Il dolore è localizzato e si indica con un dito, compare con il movimento che chiama in causa quel tendine e si riproduce premendo sul punto. Il pattern tipico è dolore all’inizio dell’attività, attenuazione durante e peggioramento dopo, a freddo, con rigidità localizzata al risveglio.

Come si cura la tendinite?

Con il carico progressivo: esercizio graduato, spesso isometrico nella fase dolorosa, impostato da un professionista e portato avanti per settimane. In parallelo si riduce temporaneamente il volume dell’attività che l’ha provocata. Nelle forme croniche possono affiancarsi le onde d’urto.

Quanto dura una tendinite?

Una forma acuta gestita correttamente si risolve in poche settimane. Una tendinopatia cronica richiede in genere da tre a sei mesi di lavoro costante, talvolta di più a seconda della sede. Le ricadute nascono quasi sempre dal riprendere a pieno carico appena il dolore cala.

Cosa non fare con la tendinite?

Non continuare l’attività dolorosa allo stesso carico e non fermarsi del tutto per settimane: entrambi gli estremi peggiorano il quadro. Da evitare anche lo stretching aggressivo sul tendine dolente, il massaggio energico dell’inserzione e l’uso dei soli antinfiammatori nelle forme croniche.

Meglio ghiaccio o caldo per la tendinite?

Il ghiaccio è utile sul dolore acuto subito dopo l’attività, il calore prima del movimento per ridurre la rigidità. Nelle forme croniche, però, nessuno dei due è il trattamento: gestiscono il sintomo per qualche ora senza modificare un tendine degenerato, che richiede carico progressivo.

Che differenza c’è tra tendinite e tendinosi?

La tendinite è la fase acuta, con una componente infiammatoria reale e durata di giorni o poche settimane. La tendinosi è la degenerazione cronica del collagene, senza infiammazione significativa. La distinzione conta perché nella tendinosi gli antinfiammatori non risolvono: serve stimolo meccanico graduale.

Si può continuare a fare sport con una tendinite?

In genere sì, modificando il carico invece di azzerarlo. Il criterio è il dolore accettabile: un fastidio modesto che non aumenta durante l’attività e non peggiora il giorno dopo indica un carico sostenibile. Un dolore crescente o un netto peggioramento al mattino seguente indicano che si è esagerato.

Quali sono le tendiniti più comuni?

Le più frequenti sono l’epicondilite al gomito, la tendinopatia della cuffia dei rotatori alla spalla, quella achillea dietro la caviglia, la rotulea sotto il ginocchio, la de Quervain al polso e la tendinopatia glutea all’anca. La fascite plantare, sotto il tallone, è invece una fasciopatia.